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lunedì 25 giugno 2012

Indeep


Se le mie emozioni potessero avere voce sarebbero fasci di luce che gridando bucano il buio fitto delle tenebre.
Cala il silenzio, s’irrompe la luce, lo ascolto nella speranza di sentire ancora quel battito rosso nel petto che da vita ad ogni cosa.
Ancora silenzio.
Mi guardo intorno con gli occhi della speranza, perché, sono certa che esista e che, prima o poi, mi travolgerà ancora.
Nell’attesa una lieve ansia pulsa nelle vene.


Indeep
Fotografie di: Antonella Tambone
Testo di: Monia Lisciandra

Le autrici si presentano così:

ANTONELLA TAMBONE
I link di Antonella: il suo sito - Flickr

MONIA LISCIANDRA

Monia Lisciandra ha partecipato al secondo concorso letterario Roberto Bertelli (Pontedera) nel 1989 vincendo il primo premio.

giovedì 21 giugno 2012

Dolce Rosa


Sara potrebbe tranquillamente dormire fino alle sette. Invece ogni mattina si alza alle cinque e fa colazione insieme a Luca.
Autobus, timbratura del cartellino, scale, inserisci password, avvia il pc, pausa caffè, panino in piedi a mezzogiorno e in un istante è sera. Sì, il caffelatte con le Macine del Mulino bianco val bene un paio di ore di sonno in meno. Due coccole, qualche bacio e una carovana di sorrisi come benzina per arrivare a sera: pezze colorate a pastello su un mantello troppo grigio.



Quando lui se ne va Sara potrebbe tornarsene a letto. Ma non lo fa mai. Accompagna Luca alla porta e lo segue con lo sguardo mentre attraversa il giardino, apre il cancello e scompare oltre la siepe di rose.
Sara lo fa ogni mattina. In qualsiasi stagione. Si affaccia al suo minuscolo giardino e respira l’aria tagliente dell’inverno, o quella mite del primo autunno, o anche quella afosa che lessa i polmoni in estate. Anche quell’aria umida le piace, perché anche lei profuma di mattino dolce, dopo il caffèlatte e le macine con il suo Luca.
La primavera, in marzo, ha bussato dolcemente alle porte dell’inverno, e Sara ha preparato meticolosamente le sue rose, tagliando tutti i rami danneggiati e quelli rivolti verso l’interno, in modo da formare una specie di scodella, come le aveva insegnato sua madre quando lei era ancora un cucciolo e la seguiva in giardino, attaccata alla sua sottana.
Poi, purtroppo, la vita le ha portato via la sua mamma. Troppo presto.




Da qualche giorno Sara si alza ogni mattina con la fregola della bambina che passa la notte del 24 dicembre in dormiveglia, con le orecchie ben tese, cercando di captare un rumore di scarponi leggeri provenire dal salotto, mentre immagina Babbo Natale che si avvicina all’albero in punta di piedi, con il suo sacco sulle spalle.
I fiori sono lì. Chiusi nel loro bocciolo. Sembrano non aver voglia di sbocciare. Stanno bene dove sono, i suoi fiori. Raggomitolati. Riparati dal vento che una volta nati sparpaglierà i loro petali per le vie di cemento del quartiere popolare dove il caso li ha voluti far nascere.
Sara cammina scalza. I fili d’erba le accarezzano i piedi. Pensa che è bello camminare scalzi e che se un bambino nasce scalzo, un motivo ci sarà. Pensa che il mondo sarebbe migliore se i passi della gente non fossero mascherati da scarpe e inutili ambizioni.




Si avvicina alla sua Pierre de Ronsard. Ha un rosa tenue. Si china in avanti, i suoi capelli castani le scivolano davanti agli occhi. Li scosta provando a infilarli dietro le orecchie, ma loro tornano a svolazzare liberi, mossi da una tenera brezza. Ci mette un attimo a mettere a fuoco. Ma, sì, è proprio nata. La sua rosa preferita.
Sara avvicina il suo nasino sottile al pistillo. Profuma di purezza.
Finalmente è sbocciata. L’aveva aspettata tanto. La prima della stagione, primo schizzo su una tela che per mesi colorerà il suo giardino. Ogni anno, quando scopre la prima rosa coraggiosa che ha deciso di sbocciare,  ripensa alla sua mamma. E piange.



Rientra in casa. Lentamente. Ha gli occhi chiusi, un sorriso ingenuo a illuminarle il viso. Va in bagno.
Abbassa gli occhi. Quella specie di termometro è lì, appoggiato al bordo del lavabo.
Chiude gli occhi. Li riapre.
Ci sono due lineette rosa su quel pezzo di plastica bianca.
Si guarda allo specchio. E’ sbocciata come la sua Pierre de Ronsard. Rosa come quelle due lineette rosa.
Quanto l’ha cercata. Quanto l’ha aspettata…
Sarà femmina. Sara ne è certa. Rosa sarebbe un nome stupendo per una bambina che, in un giorno di Maggio, ha deciso di rannicchiarsi nel suo bocciolo.

Dolce Rosa
Fotografie di: Francesco Cesare Ferrari
Testi di: Emanuele Di Fazio  

Gli autori si presentano così:

FRANCESCO CESARE FERRARI

Francesco ha una sola passione: la sua Reflex. Le sue fotografie gli permettono di fissare nel tempo ricordi e sensazioni, emozionarlo e spera emozionare chi le guarda. Ha da poco realizzato un sito: www.fewphotographer.com.
EMANUELE DI FAZIO
Emanuele Di Fazio scrive fondamentalmente per due motivi: è la cosa che più gli piace nonchè l'unica che sa fare. Nel 2011 ha pubblicato il romanzo "Come formiche in una pozzanghera", edizioni Ennepilibri. Attualmente sta lavorando a un nuovo libro.

 

martedì 19 giugno 2012

Didattica



Seduto, le gambe rannicchiate contro il petto, Giacomo fissava il telefono. Oltre i vetri sporchi
albeggiava, ma la sudicia moquette spugnosa risucchiava ogni luce.
I tendini del polso, schiacciato da ore dal mento non rasato, avvampavano.
Gli occhi bruciavano e lacrimavano.
Aveva promesso di chiamarlo, ma il telefono taceva.
Il ringhio squillante non arrivava a infrangere l’immobilità, il telefono non rischiava di cadere dal
tavolo ingombro di cicche a causa della vibrazione.
Una lacrima più grossa nacque nell’occhio sinistro, cadde, fu ingoiata dalla moquette col rumore di
uno scarafaggio spappolato.
Giacomo si alzò e uscì.

«Capo, una chiamata per lei dal centro Sviluppo Narrativo 31C»
«A quale regione fa riferimento?»
«Italia centrale signore»
«Me la passi»
«Parli»
«Uno dei nostri personaggi signore»
«Cosa gli è successo?»
«Pare che sia stancato di aspettare, signore»
«Cerchi di essere più preciso per favore. Si è stancato di aspettare cosa?»
«Le invio il file relativo alla narrazione.»



Sulla scrivania di Smithe lo schermo d’interfaccia sinistro fu pervaso da una luce blu. Durò alcuni
secondi, poi svanì. Una lunga sequenza di parole era apparsa al suo posto.

«Come può vedere, nel Capitolo 2 viene introdotto un personaggio femminile. La relazione con
Giacomo, il nostro protagonista, si sviluppa finché al Capitolo 5 lui non riesce a ottenere la
promessa di un incontro futuro.»
«Vedo, la tempistica del racconto mi pare ottima»
«Grazie, come immagina non abbiamo alcuna intenzione di mantenere la promessa della ragazza,
ed abbiamo in programma alcuni sviluppi tragici molto interessanti. Ma»
«Ma è successo qualcosa»
«Esatto. Ieri sera al termine della seduta narrativa abbiamo lasciato il protagonista nella sua casa,
seduto in attesa, a fissare il telefono nella speranza di una chiamata.»
«Uno stratagemma di rappresentazione dell’attesa un po’ banale non trova?»
«Purtroppo eravamo stanchi, e non c’è venuto in mente niente di meglio. E comunque potremmo
sempre cambiarlo. Quando ritroveremo il nostro protagonista»
«Lo avete perso?»
«Stamani al nostro ritorno era scomparso. La casa era vuota.»
«Se non è in casa dov’è?»
«Non lo sappiamo signore. E’ fuggito»

Ci fu un attimo di silenzio. Smithe sbuffò, afferrò una penna, la fece roteare fra le dita e ne
picchiettò il dorso sul tavolo di cristallo. Poi di colpo s’arrestò, la strinse fra pollice e indice fino a
far scricchiolare la plastica e la puntò verso lo schermo centrale, proprio fra gli occhi dell’uomo con
cui parlava.

«Mi sta dicendo che il vostro protagonista ha acquisito coscienza di sé, si è realmente innamorato
di quella ragazza, e, stufo di aspettare una telefonata che non sarebbe mai giunta ha violato i vostri
schemi narrativi per fuggire e andare a cercarla?»
«Temo di sì signore»
«Aspetti. Sto venendo lì»
«Abbiamo un modo di contattarlo?»
«Vuole parlare direttamente con lui signore?»
«No, ovvio. Ma per quanto si sia ribellato. Il personaggio rimane ancora dentro il nostro mondo di
finzione. Possiamo tentare di influenzarne le azioni.»
«Ha un telefono con se»
«Bene. Come si chiama la ragazza?»
«Clara»
«E’ plausibile che riceva un messaggio da lei? Qual è il motivo per cui dopo il primo incontro non
si è più fatta sentire?»
«Ha perso il telefono»
«Mpf. Sicuri che non le sia stato sottratto da qualcuno?»
«Abbastanza, perché?»
«Perché siete ricorsi a troppi espedienti in questa storia. Lo smarrimento manca di profondità, non
crea interesse. Il furto invece ha sempre un movente e un movente suscita attenzione»
«Devo prendere appunti»
«No, deve scrivere questo: “Scusami, avevo smarrito il telefono. Vediamoci allo stesso bar - è
pronta questa ambientazione? L’avete preparata per la scena del Capitolo 2 no? - dell’altra sera”»
«Bene lo invio»
«No aspetti.» Smithe si sedette. O, per meglio dire, crollò su una sedia e prese a massaggiarsi il
mento mentre fissava il vuoto.
«Le ripeto la domanda. Perché Clara non ha chiamato il nostro protagonista? E non mi dica
“perché ha perduto il telefono”»
«Allora sarò costretto a tacere»
«Tanto era una domanda retorica. Io lo so già. Nella vita di Clara c’è un altro uomo.»
«Un fidanzato?»
«O un marito. Un marito sì. Più forte è questa relazione meglio è. Apparirà più morboso e
giustificato»
«Giustificato cosa?»
«Ho pensato un finale»
«Mah avevamo pronti più di 500 capitoli»
«Se li scordi, non possiamo lasciare a giro un personaggio fuori controllo. Si ricordi che il nostro
scopo è didattico. Se non controlliamo i personaggi non controlliamo gli insegnamenti che diamo.
Ora mandi quel messaggio»


Camminava a caso ormai da ore. I pugni premuti nelle tasche, il capo chino. Avrebbe voluto tenerlo
alto, dritto, per scrutare ogni volto di passaggio per vedere se fosse lei. Ma le strade erano vuote,
nemmeno il vento le attraversava.
Sudato, le gambe doloranti e i nervi lacerati s’appoggiò schiena a un albero rachitico e chiuse gli
occhi.
Allora, nel fondo della tasca, il telefono vibrò.
“Scusa, avevo perso il telefono. Possiamo incontrarci allo stesso bar dell’altra sera. Ti va?”
La bocca semiaperta, fissò il telefono senza respirare. Con un gesto lento, robotico, lo richiuse e
mise in tasca. Alzò la testa con la stessa rigidità, ristette ancora un attimo e infine tornò sui suoi
passi correndo.

«E’ quasi in posizione»
«Il personaggio del marito. Fra quanto sarà pronto?»
«Ancora alcune ore signore. I nostri autori lo stanno assemblando»
«Due ore - Smithe sprofondò la testa fra le mani – è un attesa lunga»
« Troppo lunga signore. Orologi,»
«Banalissimi orologi dietro ogni angolo. Evitarli per due ore sarà come camminare in equilibrio su
una corda per due chilometri»
Smithe si accese un sigaro, allungò le gambe, e incrociò le mani dietro la testa.
«Scommette che alla fine di questa attesa non gli avrò ancora fatto guardare l’orologio?»
«Neanche una volta?»
«Neanche una volta»
«Io di solito non scommetto, ho paura di perdere»
«50 crediti?»
Smithe mosse nervosamente le labbra, masticando un boccone di invisibile.
«70»
«Ahhahahahahahha, Landi lei non è un grande scrittore, ma è simpatico» Smithe iniziò a
picchiare le dita sulla tastiera.


Il bar era angusto, i pochi, obesi, clienti del pomeriggio lo facevano comunque apparire affollato,
anche se muti fumavano nervosi.
Gli occhi già rossi di Giacomo soffrirono come acido l’aria acre.
Ordinò una birra e si sedete al tavolo in fondo.
Quanto doveva aspettare? Non gli aveva detto un’ora precisa.
Passò del tempo. Dietro il bancone c’era un orologio avvolto di ragnatele, ma Giacomo decise che
non lo avrebbe guardato. Mai.
Doveva però trovare altri modi di contarsi il tempo. La sua birra era circa a metà.
Quanto impiega un uomo a finire una birra?
La finì, aspettò un po’ e ne ordinò un altra. Si accese una sigaretta. Un birra più una sigaretta quanto
tempo portano via?
Sopra di lui l’orologio ticchettava.
Un’ altra birra, un’altra sigaretta.
Poi vinse il terrore che lei, entrando e non vedendolo, rinunciasse, e andò al bagno.
Sfogliò un giornale, da cima a fondo, due volte.
Si costrinse anche a leggere un articolo, o meglio, a far scorrere gli occhi sopra le lettere stampate.
Un’altra sigaretta.
Ogni volta il rumore raschiante della lancetta dei secondi si trascinava per un tempo più lungo. Per
tutto il tempo di quel rantolo meccanico Giacomo era invogliato girare la testa e guardare l’orologio.

«Signore lei sta per cedere»
La testa di Giacomo si torceva impercettibilmente, le pupille ruotavano verso l’orologio. Stava per
cedere
«No non ancora»
Poi lo scatto. Aveva resistito un altro secondo.



«Signore. Il marito è pronto»
«Ahahahha, Landi, lei mi deve 70 crediti»
«Devo pagare per veder morire il mio personaggio»
«Landi se inizia a affezionarsi è finita. “Odiare le proprie creature”
«Un marito che spunta dal nulla, una storia che si conclude in modo innaturale senza essersi
sviluppata a dovere. Credo sia la cosa più brutta che abbiamo mai scritto. Il povero Giacomo non ha fatto niente per meritarsela»
«Il povero Giacomo non esiste – disse Smithe Poi si alzò dalla sedia e, slacciandosi la cravatta
mentre ancora stringeva il sigaro fra i denti, la spinse verso Landi – mandi dentro il marito, chiuda questa storia e poi, poi se ne vada una settimana in ferie.» Smithe uscì con passo deciso. Appena fuori dalla porta portò alla bocca l’orologio da polso e parlò nel microfono.
«Segretaria?»
«Sì signor Smithe?»
«Avvii le pratiche per il licenziamento dell’agente Landi e gli faccia trovare il modulo da firmare sulla sua scrivania a una settimana da adesso.»

Landi si sedette alla scrivania e digitò alcune parole.
Giacomo si era alzato, incapace di aspettare ancora seduto. In quel momento il telefono vibrò nella tasca. Un messaggio.
«Questa lunga attesa è una trappola. Clara è sposata, e suo marito sta venendo a prenderti. Alzati e vattene, presto»

Giacomo alzò lo sguardo, la pelle gli bruciava come per una febbre. Un accesso di tosse gli
sconvolse i polmoni. Cadde in ginocchio, una mano aggrappata al tavolo.
Poi, lentamente, si riprese. Si tirò su e lento, ruotò lo sguardo attorno. I clienti, il barista, il fumo, le mosche. Niente si era mosso.
Giacomo digitò sul telefono:
«Non so chi tu sia. Ti ringrazio, ma ormai è tutto inutile. Questo bar, questi clienti obesi, questa birra calda, è tutto troppo triste per continuarlo invano»
Un cigolio. La porta si stava aprendo.
Entrò un uomo grosso, alto, calvo, il naso adunco, due grosse mani nodose e callose. Una stava
uscendo dalla tasca del giubbotto. Fra le dita baluginava qualcosa. La lama di un coltello.
Giacomo guardò l’orologio. Le sette e un quarto.
Tre minuti dopo, disteso sul tavolo, un attimo prima di morire, Giacomo lo guardò di nuovo. Le sette e diciotto.



                                                                         Didattica
Forofrafie di: Gruppo Konforme (Progetto Kontatto)
Testo di: Dario Landi

Gli autori si presentano così:
 
GRUPPO KONFORME (Progetto Kontatto)
Giancarlo Barzagli
Ginevra Galluzzi
Serena Barbieri
Dario Balestri
I link di Gruppo Konforme (Progetto Kontatto): la pagina Facebook

DARIO LANDI
I link di Dario: LinkedIn - DarioLandi - Formepossibili