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giovedì 23 agosto 2012
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domenica 8 luglio 2012
Pescantina-Verona-Pescantina… aspettando un domani migliore
Un pedale insegue l’altro
Veloci e impazienti
Come due amanti che nella pausa pranzo
Si scambiano le proprie infelicità
Veloci e impazienti
Come due amanti che nella pausa pranzo
Si scambiano le proprie infelicità
La prima goccia di sudore riga la sua guancia rossa
Seccandosi quasi immediatamente
Come i fotogrammi delle risate all’università
Si spengono nei suoi occhi
Seccandosi quasi immediatamente
Come i fotogrammi delle risate all’università
Si spengono nei suoi occhi
Sulla via del ritorno Irene pedala verso il Sole
E la sua bici asseconda paziente i suoi dubbi e le sue paure
Raccogliendo una lacrima sul manubrio
Mentre le canne cullate dal vento sul ciglio della strada
Sembrano salutare dolcemente il suo passaggio
E la sua bici asseconda paziente i suoi dubbi e le sue paure
Raccogliendo una lacrima sul manubrio
Mentre le canne cullate dal vento sul ciglio della strada
Sembrano salutare dolcemente il suo passaggio
Guarda avanti Irene, guarda verso la cima di quella salita
E si alza sui pedali stringendo gli occhi chiusi ancora umidi
… “C’è da raggiungere il Sole” pensa
Lasciandosi alle spalle nuvole cariche di speranza
E si alza sui pedali stringendo gli occhi chiusi ancora umidi
… “C’è da raggiungere il Sole” pensa
Lasciandosi alle spalle nuvole cariche di speranza
Pescantina-Verona-Pescantina… aspettando un domani migliore
Fotografie e testo: Mauro Zanecchia
Fotografie e testo: Mauro Zanecchia
L'autore si presenta così:
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Pescantina-Verona-Pescantina… aspettando un domani migliore
venerdì 6 luglio 2012
L’attesa di Chiarina
Protezioni
Da giovani non si pensa mai alla morte, è una cosa talmente lontana, improbabile. Non si può capire chi pensa ogni giorno a questo.
Col passare del tempo, invece, senti che il momento può arrivare…che c’è questa maggiore probabilità. Ti fermi spesso ad immaginare il tuo ultimo momento ma lo tieni velato nella tua mente, o almeno cerchi di farlo è ancora tutto così lontano.A novantenni, le cose sono completamente diverse. Attendi con timore che questo possa avvenire, forse serenamente, forse impazientemente perché non vuoi essere più un peso per nessuno. La vita è passata veloce, vedi i figli invecchiare, i nipoti crescere, perdi un po’ alla volta le persone a te più care e tu lì ad aspettare il tuo momento, affidandoti alla preghiera, alla speranza che qualcuno da qualche parte al di là ti stia aspettando… è una attesa che un giovane non può capire questa, non può capire.
Lo sguardo degli altri
Spesso mi son trovato a far visita a persone malate nei loro ultimi giorni di vita, gli sguardi sono tanti, fissi, diversi. L’anziano che riceve la visita dimentica per un attimo la sua attesa, ritorna ai ricordi passati, racconta storie che hanno segnato la sua vita…è bello per loro ricevere una visita, distrae da quell’unico e solo pensiero che ti accompagna ogni giorno fino alla fine, rende sopportabili le sofferenze.
Mentre chi visita, invece, ha uno sguardo compassionevole, cerca di imprimere nella propria mente il volto del suo caro che prima o poi non rivedrà più… cerca di trasmettere un po’ di calore e di amore, per loro la morte è ancora tanto lontana.
L’attesa
La maggior parte del tempo si trascorre da solo, l’attesa è questa… tu e i tuoi mali, la tua sofferenza. E’ raro essere sereni in questi momenti. La preghiera ti accompagna, il tempo passa lento… io non so ancora cosa veramente si prova, forse la serenità è frutto di cosa sei riuscito a fare nella vita e quindi accetti la tua fine… non so, la serenità la si può scorgere anche da un gesto, da una posa.
Il tuo posto
Gli spazi improvvisamente si restringono, quella che era la tua “grande” casa, fatta di angoli, di cose da fare, da mettere in ordine, da preparare per qualcosa o qualcuno…diventa solo una sedia, un letto. Non ti serve più nulla. Sei in un angolo ora, impietosamente in attesa…
Gli spazi improvvisamente si restringono, quella che era la tua “grande” casa, fatta di angoli, di cose da fare, da mettere in ordine, da preparare per qualcosa o qualcuno…diventa solo una sedia, un letto. Non ti serve più nulla. Sei in un angolo ora, impietosamente in attesa…
La fine
Poi arriva la fine… lasci tutto, chi sa dove sei. L’attesa è finita. Ora fai parte anche tu dei ricordi e sei lì a proteggere altri da lontano col sorriso di una fotografia.
L'attesa di Chiarina
Fotografie e testo di: Umberto Verdoliva
L'autore si presenta così:
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Umberto Verdoliva
mercoledì 4 luglio 2012
L'attesa
Jessica smise di sperare. Si sentiva ormai esausta, vinta.
Le dava sollievo sapere che ben presto avrebbe perso lucidità, anche solo per la mancanza di cibo. O di aria.
Quante ore erano passate esattamente? Non ne aveva idea, le sembrava di stare lì da tutta la vita.
Era rannicchiata su sè stessa in un angolo della prigione dalle sottili pareti di vetro situata in una desolata radura, flebile illusione di libertà. Solo una mente sadica avrebbe potuto ideare una cosa del genere.
L'altra ragazza, di cui non sapeva nulla, giaceva senza vita a pochi passi da lei. Prima di andar via, il carnefice le aveva promesso che sarebbe tornato anche per lei, ma non si era più visto. Che gli fosse capitato qualcosa? O la sua coscienza gli aveva impedito di portare a termine il lavoro?
Per Jessica faceva poca differenza, non aveva comunque alcuna possibilità di salvarsi; le dava però un sottile piacere immaginare che anche lui fosse già morto.
Più ci pensava, più quell'ipotesi le sembrava tutt'altro che assurda: prima che quello squilibrato la rapisse, il misterioso virus di cui ancora si sapeva così poco aveva decimato in pochi giorni la popolazione mondiale e il numero di infetti cresceva in modo esponenziale.
Ovviamente i negozi erano stati subito presi d'assalto per le scorte di cibo e quel giorno, al centro commerciale, l'ultimo pensiero di Jessica era di poter essere rapita da un maniaco.
Ma era andata proprio così.
Cosa accadeva intanto fuori di lì? Il misterioso virus aveva già sterminato l'intera umanità, o qualcuno era riuscito a salvarsi?
E se l'unica persona rimasta in vita fosse lei, e lei sola?
Tutte risposte che Jessica non avrebbe mai conosciuto: il suo carnefice non tornò mai e quella che era probabilmente l'ultima donna sulla terra morì di stenti in una prigione di cristallo.
L'ultima speranza dell'intero genere umano moriva con lei.
L'attesa
Fotografie di: Andrea Spiezia
Testo di: Mariarita Cupersito
Glia autori si presentano così:
ANDREA SPIEZIA
Da diversi anni rimodello le foto perfezionandole con i migliori software in circolazione ed elaborando scatti digitali.
Non sempre è semplice catturare in un istante le emozioni che sentiamo.
Le emozioni percepite in natura sono strettamente personali, legate all'animo del lettore, ma mediante lo scatto, attraverso il mio sguardo, riesco a restituire al fruitore i sentimenti percepiti nella foto; l'obiettivo risulta essere per me uno strumento con il quale trasferire quel sentimento di empatia in istanti di emozioni.
I link di Andrea: il suo sito
Non sempre è semplice catturare in un istante le emozioni che sentiamo.
Le emozioni percepite in natura sono strettamente personali, legate all'animo del lettore, ma mediante lo scatto, attraverso il mio sguardo, riesco a restituire al fruitore i sentimenti percepiti nella foto; l'obiettivo risulta essere per me uno strumento con il quale trasferire quel sentimento di empatia in istanti di emozioni.
I link di Andrea: il suo sito
MARIARITA CUPERSITO
I 'm interested in all things that can be a source of inspiration for not conventional art and beauty.
I love retrò - alternative style, I love recreating the atmosphere of the gothic literature with the most dark and enchanting representation of the beauty.
I link di Mariarita: il suo sito
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lunedì 2 luglio 2012
La macchina del tempo
La mia bisnonna non l’ho conosciuta di persona. E’ morta poco prima che io nascessi. Poco tempo fa ho trovato in una vecchia scatola, dimenticata da tutti, il suo diario, insieme a una macchina fotografica e a tante foto. Ho così avuto modo di scoprire l’inquieto pensare della nonna, il suo continuo dialogare con se stessa e con altri personaggi più o meno verosimili e reali. La fantasia faceva scorrere una quantità d’immagini nella sua mente e lei scriveva, raccontava, dipingeva o si lasciava galleggiare dall’emozioni che la prendevano. A volte però c’era bisogno che tutto si fermasse e stesse in silenzio, perché, diceva, “era il tempo di aspettare”.
A questo punto mi ero fatta l’idea di una persona estrosa e piuttosto strana, ma proseguendo nella lettura cominciai a pensare che fosse decisamente fuori di testa!
A proposito della sua macchina fotografica, che lei chiamava la Macchina del Tempo, diceva che serviva a far aspettare il tempo e che perciò andava usata con grande rispetto e parsimonia: quando ce n’era bisogno la nonna prendeva la sua macchina, la caricava, poi l’accendeva, e allora tutto intorno a lei si fermava. Lei cominciava a camminare e a guardare, a studiare quasi, le persone che incontrava, congelate in una posa. Alcune di queste le registrava sulla pellicola con la sua macchina. Quando sentiva di aver camminato a sufficienza nel silenzio di un mondo in stand-by spegneva la macchina e il tempo ricominciava a muoversi come sempre. Mi sembrava davvero follia ma ho voluto comunque dare un’occhiata alle foto. Non so se la macchina della nonna era riuscita a far aspettare il tempo, che solo a dirlo pare un ossimoro, ma di certo aveva colto le persone che erano ritratte nelle foto in uno stato di attesa. Ne guardo alcune e una dopo l’altra prendono forma delle storie. Ne trascrivo qualcuna di seguito.
Il giovane lettore attende che i panni sporchi siano di nuovo puliti, aspetta un nuovo inizio e intanto si riconcilia col proprio angelo, che spalmatosi sul muro gli rimane silenziosamente attaccato.
L’attrice è pronta, al centro del palcoscenico, in mimetica fusione con la scenografia che le sta intorno, occhi fissi sul copione, attende il segno per iniziare la sua parte.
Sotto il segno dei gemelli s’incrociano, ma non s’incontrano, gli sguardi di due uomini fermi ai lati esterni di un cantone. Al numero due di quella strada sono in attesa di qualcuno che forse si trova già lì.
Il giovane dalla pelle scura aspetta persone che si fermino da lui, per le storie e le rime che vende, per le parole dall’Africa che nella sua mente si ripetono in famigliari melodie.
Tra le scarpe e la gente c’è anche il rischio di scomparire, di dissolversi nel proprio sfondo. Lei cerca di sfuggire a questa possibilità, cerca una connessione con qualcuno, aspetta una risposta.
Tante altre foto ho trovato, più o meno interessanti, ma l’ultima è stata una rivelazione incredibile. Non ve la mostrerò, ve ne parlerò, per concludere questa storia. Nell’ultima foto c’è una bambina appena nata che piange, sembra all’ospedale sulla pancia della mamma. In secondo piano si vede mio padre da giovane che tiene una fotocamera al collo, e vicino a lui s’intravedono i miei nonni.
La bimba di questa foto, come ha confermato la mamma, sono io.
La Macchina del Tempo
Fotografie di: Sandro Bini
Testo di: Sara Severini
Fotografie di: Sandro Bini
Testo di: Sara Severini
Gli autori si presentano così:
SANDRO BINI
I link di Sandto: il suo sito
SARA SEVERINI
Nota della redazione: Sara non ha trasmesso informazioni su di sé, solo un indirizzo mail che per ragioni di privacy non pubblichiamo.
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lunedì 25 giugno 2012
Indeep
Se le mie emozioni potessero avere voce sarebbero fasci di luce che gridando bucano il buio fitto delle tenebre.
Cala il silenzio, s’irrompe la luce, lo ascolto nella speranza di sentire ancora quel battito rosso nel petto che da vita ad ogni cosa.
Ancora silenzio.
Mi guardo intorno con gli occhi della speranza, perché, sono certa che esista e che, prima o poi, mi travolgerà ancora.
Nell’attesa una lieve ansia pulsa nelle vene.
Cala il silenzio, s’irrompe la luce, lo ascolto nella speranza di sentire ancora quel battito rosso nel petto che da vita ad ogni cosa.
Ancora silenzio.
Mi guardo intorno con gli occhi della speranza, perché, sono certa che esista e che, prima o poi, mi travolgerà ancora.
Nell’attesa una lieve ansia pulsa nelle vene.
Indeep
Fotografie di: Antonella Tambone
Testo di: Monia Lisciandra
Le autrici si presentano così:
ANTONELLA TAMBONE
I link di Antonella: il suo sito - Flickr
MONIA LISCIANDRA
Monia Lisciandra ha partecipato al secondo concorso letterario Roberto Bertelli (Pontedera) nel 1989 vincendo il primo premio.
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giovedì 21 giugno 2012
Dolce Rosa
Sara potrebbe tranquillamente dormire fino alle sette. Invece ogni mattina si alza alle cinque e fa colazione insieme a Luca.
Autobus, timbratura del cartellino, scale, inserisci password, avvia il pc, pausa caffè, panino in piedi a mezzogiorno e in un istante è sera. Sì, il caffelatte con le Macine del Mulino bianco val bene un paio di ore di sonno in meno. Due coccole, qualche bacio e una carovana di sorrisi come benzina per arrivare a sera: pezze colorate a pastello su un mantello troppo grigio.
Quando lui se ne va Sara potrebbe tornarsene a letto. Ma non lo fa mai. Accompagna Luca alla porta e lo segue con lo sguardo mentre attraversa il giardino, apre il cancello e scompare oltre la siepe di rose.
Sara lo fa ogni mattina. In qualsiasi stagione. Si affaccia al suo minuscolo giardino e respira l’aria tagliente dell’inverno, o quella mite del primo autunno, o anche quella afosa che lessa i polmoni in estate. Anche quell’aria umida le piace, perché anche lei profuma di mattino dolce, dopo il caffèlatte e le macine con il suo Luca.
La primavera, in marzo, ha bussato dolcemente alle porte dell’inverno, e Sara ha preparato meticolosamente le sue rose, tagliando tutti i rami danneggiati e quelli rivolti verso l’interno, in modo da formare una specie di scodella, come le aveva insegnato sua madre quando lei era ancora un cucciolo e la seguiva in giardino, attaccata alla sua sottana.
Poi, purtroppo, la vita le ha portato via la sua mamma. Troppo presto.
Da qualche giorno Sara si alza ogni mattina con la fregola della bambina che passa la notte del 24 dicembre in dormiveglia, con le orecchie ben tese, cercando di captare un rumore di scarponi leggeri provenire dal salotto, mentre immagina Babbo Natale che si avvicina all’albero in punta di piedi, con il suo sacco sulle spalle.
I fiori sono lì. Chiusi nel loro bocciolo. Sembrano non aver voglia di sbocciare. Stanno bene dove sono, i suoi fiori. Raggomitolati. Riparati dal vento che una volta nati sparpaglierà i loro petali per le vie di cemento del quartiere popolare dove il caso li ha voluti far nascere.
Sara cammina scalza. I fili d’erba le accarezzano i piedi. Pensa che è bello camminare scalzi e che se un bambino nasce scalzo, un motivo ci sarà. Pensa che il mondo sarebbe migliore se i passi della gente non fossero mascherati da scarpe e inutili ambizioni.
Si avvicina alla sua Pierre de Ronsard. Ha un rosa tenue. Si china in avanti, i suoi capelli castani le scivolano davanti agli occhi. Li scosta provando a infilarli dietro le orecchie, ma loro tornano a svolazzare liberi, mossi da una tenera brezza. Ci mette un attimo a mettere a fuoco. Ma, sì, è proprio nata. La sua rosa preferita.
Sara avvicina il suo nasino sottile al pistillo. Profuma di purezza.
Finalmente è sbocciata. L’aveva aspettata tanto. La prima della stagione, primo schizzo su una tela che per mesi colorerà il suo giardino. Ogni anno, quando scopre la prima rosa coraggiosa che ha deciso di sbocciare, ripensa alla sua mamma. E piange.
Rientra in casa. Lentamente. Ha gli occhi chiusi, un sorriso ingenuo a illuminarle il viso. Va in bagno.
Abbassa gli occhi. Quella specie di termometro è lì, appoggiato al bordo del lavabo.
Chiude gli occhi. Li riapre.
Ci sono due lineette rosa su quel pezzo di plastica bianca.
Si guarda allo specchio. E’ sbocciata come la sua Pierre de Ronsard. Rosa come quelle due lineette rosa.
Quanto l’ha cercata. Quanto l’ha aspettata…
Sarà femmina. Sara ne è certa. Rosa sarebbe un nome stupendo per una bambina che, in un giorno di Maggio, ha deciso di rannicchiarsi nel suo bocciolo.
Dolce Rosa
Fotografie di: Francesco Cesare Ferrari
Testi di: Emanuele Di Fazio
Gli autori si presentano così:
FRANCESCO CESARE FERRARI
Francesco
ha una sola passione: la sua Reflex. Le sue fotografie gli permettono di
fissare nel tempo ricordi e sensazioni, emozionarlo e spera emozionare chi le
guarda. Ha da poco realizzato un sito: www.fewphotographer.com.
EMANUELE DI FAZIO
Emanuele
Di Fazio scrive fondamentalmente per due motivi: è la cosa che più
gli piace nonchè l'unica che sa fare. Nel 2011 ha pubblicato il romanzo
"Come formiche in una pozzanghera", edizioni Ennepilibri. Attualmente
sta lavorando a un nuovo libro.
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martedì 19 giugno 2012
Didattica
Seduto, le gambe rannicchiate contro il petto, Giacomo fissava il telefono. Oltre i vetri sporchi
albeggiava, ma la sudicia moquette spugnosa risucchiava ogni luce.
I tendini del polso, schiacciato da ore dal mento non rasato, avvampavano.
Gli occhi bruciavano e lacrimavano.
Aveva promesso di chiamarlo, ma il telefono taceva.
Il ringhio squillante non arrivava a infrangere l’immobilità, il telefono non rischiava di cadere dal
tavolo ingombro di cicche a causa della vibrazione.
Una lacrima più grossa nacque nell’occhio sinistro, cadde, fu ingoiata dalla moquette col rumore di
uno scarafaggio spappolato.
Giacomo si alzò e uscì.
«Capo, una chiamata per lei dal centro Sviluppo Narrativo 31C»
«A quale regione fa riferimento?»
«Italia centrale signore»
«Me la passi»
«Parli»
«Uno dei nostri personaggi signore»
«Cosa gli è successo?»
«Pare che sia stancato di aspettare, signore»
«Cerchi di essere più preciso per favore. Si è stancato di aspettare cosa?»
«Le invio il file relativo alla narrazione.»
Sulla scrivania di Smithe lo schermo d’interfaccia sinistro fu pervaso da una luce blu. Durò alcuni
secondi, poi svanì. Una lunga sequenza di parole era apparsa al suo posto.
«Come può vedere, nel Capitolo 2 viene introdotto un personaggio femminile. La relazione con
Giacomo, il nostro protagonista, si sviluppa finché al Capitolo 5 lui non riesce a ottenere la
promessa di un incontro futuro.»
«Vedo, la tempistica del racconto mi pare ottima»
«Grazie, come immagina non abbiamo alcuna intenzione di mantenere la promessa della ragazza,
ed abbiamo in programma alcuni sviluppi tragici molto interessanti. Ma»
«Ma è successo qualcosa»
«Esatto. Ieri sera al termine della seduta narrativa abbiamo lasciato il protagonista nella sua casa,
seduto in attesa, a fissare il telefono nella speranza di una chiamata.»
«Uno stratagemma di rappresentazione dell’attesa un po’ banale non trova?»
«Purtroppo eravamo stanchi, e non c’è venuto in mente niente di meglio. E comunque potremmo
sempre cambiarlo. Quando ritroveremo il nostro protagonista»
«Lo avete perso?»
«Stamani al nostro ritorno era scomparso. La casa era vuota.»
«Se non è in casa dov’è?»
«Non lo sappiamo signore. E’ fuggito»
Ci fu un attimo di silenzio. Smithe sbuffò, afferrò una penna, la fece roteare fra le dita e ne
picchiettò il dorso sul tavolo di cristallo. Poi di colpo s’arrestò, la strinse fra pollice e indice fino a
far scricchiolare la plastica e la puntò verso lo schermo centrale, proprio fra gli occhi dell’uomo con
cui parlava.
«Mi sta dicendo che il vostro protagonista ha acquisito coscienza di sé, si è realmente innamorato
di quella ragazza, e, stufo di aspettare una telefonata che non sarebbe mai giunta ha violato i vostri
schemi narrativi per fuggire e andare a cercarla?»
«Temo di sì signore»
«Aspetti. Sto venendo lì»
«Abbiamo un modo di contattarlo?»
«Vuole parlare direttamente con lui signore?»
«No, ovvio. Ma per quanto si sia ribellato. Il personaggio rimane ancora dentro il nostro mondo di
finzione. Possiamo tentare di influenzarne le azioni.»
«Ha un telefono con se»
«Bene. Come si chiama la ragazza?»
«Clara»
«E’ plausibile che riceva un messaggio da lei? Qual è il motivo per cui dopo il primo incontro non
si è più fatta sentire?»
«Ha perso il telefono»
«Mpf. Sicuri che non le sia stato sottratto da qualcuno?»
«Abbastanza, perché?»
«Perché siete ricorsi a troppi espedienti in questa storia. Lo smarrimento manca di profondità, non
crea interesse. Il furto invece ha sempre un movente e un movente suscita attenzione»
«Devo prendere appunti»
«No, deve scrivere questo: “Scusami, avevo smarrito il telefono. Vediamoci allo stesso bar - è
pronta questa ambientazione? L’avete preparata per la scena del Capitolo 2 no? - dell’altra sera”»
«Bene lo invio»
«No aspetti.» Smithe si sedette. O, per meglio dire, crollò su una sedia e prese a massaggiarsi il
mento mentre fissava il vuoto.
«Le ripeto la domanda. Perché Clara non ha chiamato il nostro protagonista? E non mi dica
“perché ha perduto il telefono”»
«Allora sarò costretto a tacere»
«Tanto era una domanda retorica. Io lo so già. Nella vita di Clara c’è un altro uomo.»
«Un fidanzato?»
«O un marito. Un marito sì. Più forte è questa relazione meglio è. Apparirà più morboso e
giustificato»
«Giustificato cosa?»
«Ho pensato un finale»
«Mah avevamo pronti più di 500 capitoli»
«Se li scordi, non possiamo lasciare a giro un personaggio fuori controllo. Si ricordi che il nostro
scopo è didattico. Se non controlliamo i personaggi non controlliamo gli insegnamenti che diamo.
Ora mandi quel messaggio»
Camminava a caso ormai da ore. I pugni premuti nelle tasche, il capo chino. Avrebbe voluto tenerlo
alto, dritto, per scrutare ogni volto di passaggio per vedere se fosse lei. Ma le strade erano vuote,
nemmeno il vento le attraversava.
Sudato, le gambe doloranti e i nervi lacerati s’appoggiò schiena a un albero rachitico e chiuse gli
occhi.
Allora, nel fondo della tasca, il telefono vibrò.
“Scusa, avevo perso il telefono. Possiamo incontrarci allo stesso bar dell’altra sera. Ti va?”
La bocca semiaperta, fissò il telefono senza respirare. Con un gesto lento, robotico, lo richiuse e
mise in tasca. Alzò la testa con la stessa rigidità, ristette ancora un attimo e infine tornò sui suoi
passi correndo.
«E’ quasi in posizione»
«Il personaggio del marito. Fra quanto sarà pronto?»
«Ancora alcune ore signore. I nostri autori lo stanno assemblando»
«Due ore - Smithe sprofondò la testa fra le mani – è un attesa lunga»
« Troppo lunga signore. Orologi,»
«Banalissimi orologi dietro ogni angolo. Evitarli per due ore sarà come camminare in equilibrio su
una corda per due chilometri»
Smithe si accese un sigaro, allungò le gambe, e incrociò le mani dietro la testa.
«Scommette che alla fine di questa attesa non gli avrò ancora fatto guardare l’orologio?»
«Neanche una volta?»
«Neanche una volta»
«Io di solito non scommetto, ho paura di perdere»
«50 crediti?»
Smithe mosse nervosamente le labbra, masticando un boccone di invisibile.
«70»
«Ahhahahahahahha, Landi lei non è un grande scrittore, ma è simpatico» Smithe iniziò a
picchiare le dita sulla tastiera.
Il bar era angusto, i pochi, obesi, clienti del pomeriggio lo facevano comunque apparire affollato,
anche se muti fumavano nervosi.
Gli occhi già rossi di Giacomo soffrirono come acido l’aria acre.
Ordinò una birra e si sedete al tavolo in fondo.
Quanto doveva aspettare? Non gli aveva detto un’ora precisa.
Passò del tempo. Dietro il bancone c’era un orologio avvolto di ragnatele, ma Giacomo decise che
non lo avrebbe guardato. Mai.
Doveva però trovare altri modi di contarsi il tempo. La sua birra era circa a metà.
Quanto impiega un uomo a finire una birra?
La finì, aspettò un po’ e ne ordinò un altra. Si accese una sigaretta. Un birra più una sigaretta quanto
tempo portano via?
Sopra di lui l’orologio ticchettava.
Un’ altra birra, un’altra sigaretta.
Poi vinse il terrore che lei, entrando e non vedendolo, rinunciasse, e andò al bagno.
Sfogliò un giornale, da cima a fondo, due volte.
Si costrinse anche a leggere un articolo, o meglio, a far scorrere gli occhi sopra le lettere stampate.
Un’altra sigaretta.
Ogni volta il rumore raschiante della lancetta dei secondi si trascinava per un tempo più lungo. Per
tutto il tempo di quel rantolo meccanico Giacomo era invogliato girare la testa e guardare l’orologio.
«Signore lei sta per cedere»
La testa di Giacomo si torceva impercettibilmente, le pupille ruotavano verso l’orologio. Stava per
cedere
«No non ancora»
Poi lo scatto. Aveva resistito un altro secondo.
«Signore. Il marito è pronto»
«Ahahahha, Landi, lei mi deve 70 crediti»
«Devo pagare per veder morire il mio personaggio»
«Landi se inizia a affezionarsi è finita. “Odiare le proprie creature”.»
«Un marito che spunta dal nulla, una storia che si conclude in modo innaturale senza essersi
sviluppata a dovere. Credo sia la cosa più brutta che abbiamo mai scritto. Il povero Giacomo non ha fatto niente per meritarsela»
«Il povero Giacomo non esiste – disse Smithe Poi si alzò dalla sedia e, slacciandosi la cravatta
mentre ancora stringeva il sigaro fra i denti, la spinse verso Landi – mandi dentro il marito, chiuda questa storia e poi, poi se ne vada una settimana in ferie.» Smithe uscì con passo deciso. Appena fuori dalla porta portò alla bocca l’orologio da polso e parlò nel microfono.
«Segretaria?»
«Sì signor Smithe?»
«Avvii le pratiche per il licenziamento dell’agente Landi e gli faccia trovare il modulo da firmare sulla sua scrivania a una settimana da adesso.»
Landi si sedette alla scrivania e digitò alcune parole.
Giacomo si era alzato, incapace di aspettare ancora seduto. In quel momento il telefono vibrò nella tasca. Un messaggio.
«Questa lunga attesa è una trappola. Clara è sposata, e suo marito sta venendo a prenderti. Alzati e vattene, presto»
Giacomo alzò lo sguardo, la pelle gli bruciava come per una febbre. Un accesso di tosse gli
sconvolse i polmoni. Cadde in ginocchio, una mano aggrappata al tavolo.
Poi, lentamente, si riprese. Si tirò su e lento, ruotò lo sguardo attorno. I clienti, il barista, il fumo, le mosche. Niente si era mosso.
Giacomo digitò sul telefono:
«Non so chi tu sia. Ti ringrazio, ma ormai è tutto inutile. Questo bar, questi clienti obesi, questa birra calda, è tutto troppo triste per continuarlo invano»
Un cigolio. La porta si stava aprendo.
Entrò un uomo grosso, alto, calvo, il naso adunco, due grosse mani nodose e callose. Una stava
uscendo dalla tasca del giubbotto. Fra le dita baluginava qualcosa. La lama di un coltello.
Giacomo guardò l’orologio. Le sette e un quarto.
Tre minuti dopo, disteso sul tavolo, un attimo prima di morire, Giacomo lo guardò di nuovo. Le sette e diciotto.
Didattica
Forofrafie di: Gruppo Konforme (Progetto Kontatto)
Testo di: Dario Landi
Gli autori si presentano così:
GRUPPO KONFORME (Progetto Kontatto)
Giancarlo Barzagli
Ginevra Galluzzi
Serena Barbieri
Dario Balestri
Ginevra Galluzzi
Serena Barbieri
Dario Balestri
I link di Gruppo Konforme (Progetto Kontatto): la pagina Facebook
DARIO LANDI
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mercoledì 13 giugno 2012
L'Attesa: progetti selezionati
Il nostro primo contest di narrazione fotografica "L'Attesa" sta raggiungendo il suo completamento: tra i progetti pervenuti ne abbiamo selezionati 14, tutti molto diversi tra loro.
Desideriamo ringraziare tutte le persone che hanno partecipato dedicando tempo ed impegno a questo progetto. Cercheremo di ringraziare in modo adeguato gli autori selezionati mantenedo la promessa di dare la maggior visibilità possibile ai loro lavori: per questa ragione abbiamo pensato di allargare i media di pubblicazione anche al web. Questo permetterà a tutti di linkare i progetti a pagine web, blog, social oppure di inviare semplicemente il link agli amici.
A partire da oggi, a giorni alterni, pubblicheremo sul nostro blog ad uno ad uno i 14 lavori dei vincitori, sottolineando che l'ordine non è dettato da una graduatoria di merito ma semplicemente dall'ordine alfabetico dei titoli attribuiti dagli autori ai rispettivi progetti. I vincitori sono tutti, pari merito. Alla pubblicazione web seguiranno a breve l'ebook e se ce la faremo, anche una… sorpresa.
Elenco dei progetti selezionati:
(at)TESA: l'alba di un'inquietudine
di Elisa Mangiacavalli
Attesa verso la libertà
di Andrea Morando - Laura Arbanelli
Consumati di Piacere (l'attesa di un ricordo)
di Samuele Romano
Didattica
di Gruppo Konforme (Progetto Kontatto)
Dolce Rosa
di Francesco Cesare Ferrari- Emanuele Di Fazio
Frammenti
di Andrea Facco
Indeep
di Antonella Tambone
In ogni posto
di Francesca De Pieri
Io&Ego
di Daniela Veneri -Francesca Bottazzin
La Macchina del Tempo
Sandro Bini - Sara Severini
L'Attesa
di Andrea Spiezia - Mariarita Cupersito
L'attesa di Chiarina
di Umberto Verdoliva
Pescantina-Verona-Pescantina… aspettando un domani migliore
di Mauro Zanecchia
Through The Glass
di Francesco Arena
Grazie ancora a tutti!
Desideriamo ringraziare tutte le persone che hanno partecipato dedicando tempo ed impegno a questo progetto. Cercheremo di ringraziare in modo adeguato gli autori selezionati mantenedo la promessa di dare la maggior visibilità possibile ai loro lavori: per questa ragione abbiamo pensato di allargare i media di pubblicazione anche al web. Questo permetterà a tutti di linkare i progetti a pagine web, blog, social oppure di inviare semplicemente il link agli amici.
A partire da oggi, a giorni alterni, pubblicheremo sul nostro blog ad uno ad uno i 14 lavori dei vincitori, sottolineando che l'ordine non è dettato da una graduatoria di merito ma semplicemente dall'ordine alfabetico dei titoli attribuiti dagli autori ai rispettivi progetti. I vincitori sono tutti, pari merito. Alla pubblicazione web seguiranno a breve l'ebook e se ce la faremo, anche una… sorpresa.
Elenco dei progetti selezionati:
(at)TESA: l'alba di un'inquietudine
di Elisa Mangiacavalli
Attesa verso la libertà
di Andrea Morando - Laura Arbanelli
Consumati di Piacere (l'attesa di un ricordo)
di Samuele Romano
Didattica
di Gruppo Konforme (Progetto Kontatto)
Dolce Rosa
di Francesco Cesare Ferrari- Emanuele Di Fazio
Frammenti
di Andrea Facco
Indeep
di Antonella Tambone
In ogni posto
di Francesca De Pieri
Io&Ego
di Daniela Veneri -Francesca Bottazzin
La Macchina del Tempo
Sandro Bini - Sara Severini
L'Attesa
di Andrea Spiezia - Mariarita Cupersito
L'attesa di Chiarina
di Umberto Verdoliva
Pescantina-Verona-Pescantina… aspettando un domani migliore
di Mauro Zanecchia
Through The Glass
di Francesco Arena
Grazie ancora a tutti!
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giovedì 22 marzo 2012
Frammenti di vita di Giacomo Pepe
Dal sito di Giacomo Pepe (questo il link) abbiamo scelto di proporvi tre scatti nella sezione SHORT STORIES e due scatti dalla raccolta "Maja in corriera" nella sezione REPORTAGE.Per Giacomo lo scatto è una passione e la fotografia il mezzo per fermare istanti di vita che per un momento si compongono in geometrie e combinazioni cromatiche davanti al suo obiettivo.
Abbiamo sorriso leggendo questa frase che apre la sezione PENSIERI sul suo sito: "Non sono un fotografo professionista. Per lavoro faccio l'ingegnere e mi occupo di restauro di monumenti. Però mi piace fotografare, molto." Giacomo scrive "Però" che starebbe un po' come scrivere "Nonostante io sia un ingegnere" notoriamente occupazione che richiede rigore, precisione e calcoli accurati "amo fotografare" attività notoriamente creativa e, nel caso di Giacomo che nello scatto ricerca l'immediatezza, in balia del caso.
Bene. Non ci è dato, ovviamente, sapere quanto Giacomo Pepe sia abile come ingegnere: sicuramente come fotografo dimostra una sensibilità non comune e guardare le sue fotografie è davvero un piacere.
Citiamo in chiusura anche la sua ricerca STATUARIA (che potrete trovare a questo link) che Giacomo presenta con queste parole: "Un sentire immobile, un’identità congelata. Nel pietrificarsi, il sangue smette di scorrere, la palpebra di sbattere. È un esercizio in bilico tra realtà e finzione, vita e ipotesi di immortalità. Un desiderio. Una sfida, forse."
Grazie Giacomo per averci segnalato il tuo lavoro attraverso la nostra pagina Facebook, è stato un piacere incontrarti. Speriamo davvero che ci racconterai altri "frammenti di vita" sia segnalandoci nuovi inserimenti sul tuo sito sia partecipando al nostro contest "L'attesa".
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