martedì 19 giugno 2012

Didattica



Seduto, le gambe rannicchiate contro il petto, Giacomo fissava il telefono. Oltre i vetri sporchi
albeggiava, ma la sudicia moquette spugnosa risucchiava ogni luce.
I tendini del polso, schiacciato da ore dal mento non rasato, avvampavano.
Gli occhi bruciavano e lacrimavano.
Aveva promesso di chiamarlo, ma il telefono taceva.
Il ringhio squillante non arrivava a infrangere l’immobilità, il telefono non rischiava di cadere dal
tavolo ingombro di cicche a causa della vibrazione.
Una lacrima più grossa nacque nell’occhio sinistro, cadde, fu ingoiata dalla moquette col rumore di
uno scarafaggio spappolato.
Giacomo si alzò e uscì.

«Capo, una chiamata per lei dal centro Sviluppo Narrativo 31C»
«A quale regione fa riferimento?»
«Italia centrale signore»
«Me la passi»
«Parli»
«Uno dei nostri personaggi signore»
«Cosa gli è successo?»
«Pare che sia stancato di aspettare, signore»
«Cerchi di essere più preciso per favore. Si è stancato di aspettare cosa?»
«Le invio il file relativo alla narrazione.»



Sulla scrivania di Smithe lo schermo d’interfaccia sinistro fu pervaso da una luce blu. Durò alcuni
secondi, poi svanì. Una lunga sequenza di parole era apparsa al suo posto.

«Come può vedere, nel Capitolo 2 viene introdotto un personaggio femminile. La relazione con
Giacomo, il nostro protagonista, si sviluppa finché al Capitolo 5 lui non riesce a ottenere la
promessa di un incontro futuro.»
«Vedo, la tempistica del racconto mi pare ottima»
«Grazie, come immagina non abbiamo alcuna intenzione di mantenere la promessa della ragazza,
ed abbiamo in programma alcuni sviluppi tragici molto interessanti. Ma»
«Ma è successo qualcosa»
«Esatto. Ieri sera al termine della seduta narrativa abbiamo lasciato il protagonista nella sua casa,
seduto in attesa, a fissare il telefono nella speranza di una chiamata.»
«Uno stratagemma di rappresentazione dell’attesa un po’ banale non trova?»
«Purtroppo eravamo stanchi, e non c’è venuto in mente niente di meglio. E comunque potremmo
sempre cambiarlo. Quando ritroveremo il nostro protagonista»
«Lo avete perso?»
«Stamani al nostro ritorno era scomparso. La casa era vuota.»
«Se non è in casa dov’è?»
«Non lo sappiamo signore. E’ fuggito»

Ci fu un attimo di silenzio. Smithe sbuffò, afferrò una penna, la fece roteare fra le dita e ne
picchiettò il dorso sul tavolo di cristallo. Poi di colpo s’arrestò, la strinse fra pollice e indice fino a
far scricchiolare la plastica e la puntò verso lo schermo centrale, proprio fra gli occhi dell’uomo con
cui parlava.

«Mi sta dicendo che il vostro protagonista ha acquisito coscienza di sé, si è realmente innamorato
di quella ragazza, e, stufo di aspettare una telefonata che non sarebbe mai giunta ha violato i vostri
schemi narrativi per fuggire e andare a cercarla?»
«Temo di sì signore»
«Aspetti. Sto venendo lì»
«Abbiamo un modo di contattarlo?»
«Vuole parlare direttamente con lui signore?»
«No, ovvio. Ma per quanto si sia ribellato. Il personaggio rimane ancora dentro il nostro mondo di
finzione. Possiamo tentare di influenzarne le azioni.»
«Ha un telefono con se»
«Bene. Come si chiama la ragazza?»
«Clara»
«E’ plausibile che riceva un messaggio da lei? Qual è il motivo per cui dopo il primo incontro non
si è più fatta sentire?»
«Ha perso il telefono»
«Mpf. Sicuri che non le sia stato sottratto da qualcuno?»
«Abbastanza, perché?»
«Perché siete ricorsi a troppi espedienti in questa storia. Lo smarrimento manca di profondità, non
crea interesse. Il furto invece ha sempre un movente e un movente suscita attenzione»
«Devo prendere appunti»
«No, deve scrivere questo: “Scusami, avevo smarrito il telefono. Vediamoci allo stesso bar - è
pronta questa ambientazione? L’avete preparata per la scena del Capitolo 2 no? - dell’altra sera”»
«Bene lo invio»
«No aspetti.» Smithe si sedette. O, per meglio dire, crollò su una sedia e prese a massaggiarsi il
mento mentre fissava il vuoto.
«Le ripeto la domanda. Perché Clara non ha chiamato il nostro protagonista? E non mi dica
“perché ha perduto il telefono”»
«Allora sarò costretto a tacere»
«Tanto era una domanda retorica. Io lo so già. Nella vita di Clara c’è un altro uomo.»
«Un fidanzato?»
«O un marito. Un marito sì. Più forte è questa relazione meglio è. Apparirà più morboso e
giustificato»
«Giustificato cosa?»
«Ho pensato un finale»
«Mah avevamo pronti più di 500 capitoli»
«Se li scordi, non possiamo lasciare a giro un personaggio fuori controllo. Si ricordi che il nostro
scopo è didattico. Se non controlliamo i personaggi non controlliamo gli insegnamenti che diamo.
Ora mandi quel messaggio»


Camminava a caso ormai da ore. I pugni premuti nelle tasche, il capo chino. Avrebbe voluto tenerlo
alto, dritto, per scrutare ogni volto di passaggio per vedere se fosse lei. Ma le strade erano vuote,
nemmeno il vento le attraversava.
Sudato, le gambe doloranti e i nervi lacerati s’appoggiò schiena a un albero rachitico e chiuse gli
occhi.
Allora, nel fondo della tasca, il telefono vibrò.
“Scusa, avevo perso il telefono. Possiamo incontrarci allo stesso bar dell’altra sera. Ti va?”
La bocca semiaperta, fissò il telefono senza respirare. Con un gesto lento, robotico, lo richiuse e
mise in tasca. Alzò la testa con la stessa rigidità, ristette ancora un attimo e infine tornò sui suoi
passi correndo.

«E’ quasi in posizione»
«Il personaggio del marito. Fra quanto sarà pronto?»
«Ancora alcune ore signore. I nostri autori lo stanno assemblando»
«Due ore - Smithe sprofondò la testa fra le mani – è un attesa lunga»
« Troppo lunga signore. Orologi,»
«Banalissimi orologi dietro ogni angolo. Evitarli per due ore sarà come camminare in equilibrio su
una corda per due chilometri»
Smithe si accese un sigaro, allungò le gambe, e incrociò le mani dietro la testa.
«Scommette che alla fine di questa attesa non gli avrò ancora fatto guardare l’orologio?»
«Neanche una volta?»
«Neanche una volta»
«Io di solito non scommetto, ho paura di perdere»
«50 crediti?»
Smithe mosse nervosamente le labbra, masticando un boccone di invisibile.
«70»
«Ahhahahahahahha, Landi lei non è un grande scrittore, ma è simpatico» Smithe iniziò a
picchiare le dita sulla tastiera.


Il bar era angusto, i pochi, obesi, clienti del pomeriggio lo facevano comunque apparire affollato,
anche se muti fumavano nervosi.
Gli occhi già rossi di Giacomo soffrirono come acido l’aria acre.
Ordinò una birra e si sedete al tavolo in fondo.
Quanto doveva aspettare? Non gli aveva detto un’ora precisa.
Passò del tempo. Dietro il bancone c’era un orologio avvolto di ragnatele, ma Giacomo decise che
non lo avrebbe guardato. Mai.
Doveva però trovare altri modi di contarsi il tempo. La sua birra era circa a metà.
Quanto impiega un uomo a finire una birra?
La finì, aspettò un po’ e ne ordinò un altra. Si accese una sigaretta. Un birra più una sigaretta quanto
tempo portano via?
Sopra di lui l’orologio ticchettava.
Un’ altra birra, un’altra sigaretta.
Poi vinse il terrore che lei, entrando e non vedendolo, rinunciasse, e andò al bagno.
Sfogliò un giornale, da cima a fondo, due volte.
Si costrinse anche a leggere un articolo, o meglio, a far scorrere gli occhi sopra le lettere stampate.
Un’altra sigaretta.
Ogni volta il rumore raschiante della lancetta dei secondi si trascinava per un tempo più lungo. Per
tutto il tempo di quel rantolo meccanico Giacomo era invogliato girare la testa e guardare l’orologio.

«Signore lei sta per cedere»
La testa di Giacomo si torceva impercettibilmente, le pupille ruotavano verso l’orologio. Stava per
cedere
«No non ancora»
Poi lo scatto. Aveva resistito un altro secondo.



«Signore. Il marito è pronto»
«Ahahahha, Landi, lei mi deve 70 crediti»
«Devo pagare per veder morire il mio personaggio»
«Landi se inizia a affezionarsi è finita. “Odiare le proprie creature”
«Un marito che spunta dal nulla, una storia che si conclude in modo innaturale senza essersi
sviluppata a dovere. Credo sia la cosa più brutta che abbiamo mai scritto. Il povero Giacomo non ha fatto niente per meritarsela»
«Il povero Giacomo non esiste – disse Smithe Poi si alzò dalla sedia e, slacciandosi la cravatta
mentre ancora stringeva il sigaro fra i denti, la spinse verso Landi – mandi dentro il marito, chiuda questa storia e poi, poi se ne vada una settimana in ferie.» Smithe uscì con passo deciso. Appena fuori dalla porta portò alla bocca l’orologio da polso e parlò nel microfono.
«Segretaria?»
«Sì signor Smithe?»
«Avvii le pratiche per il licenziamento dell’agente Landi e gli faccia trovare il modulo da firmare sulla sua scrivania a una settimana da adesso.»

Landi si sedette alla scrivania e digitò alcune parole.
Giacomo si era alzato, incapace di aspettare ancora seduto. In quel momento il telefono vibrò nella tasca. Un messaggio.
«Questa lunga attesa è una trappola. Clara è sposata, e suo marito sta venendo a prenderti. Alzati e vattene, presto»

Giacomo alzò lo sguardo, la pelle gli bruciava come per una febbre. Un accesso di tosse gli
sconvolse i polmoni. Cadde in ginocchio, una mano aggrappata al tavolo.
Poi, lentamente, si riprese. Si tirò su e lento, ruotò lo sguardo attorno. I clienti, il barista, il fumo, le mosche. Niente si era mosso.
Giacomo digitò sul telefono:
«Non so chi tu sia. Ti ringrazio, ma ormai è tutto inutile. Questo bar, questi clienti obesi, questa birra calda, è tutto troppo triste per continuarlo invano»
Un cigolio. La porta si stava aprendo.
Entrò un uomo grosso, alto, calvo, il naso adunco, due grosse mani nodose e callose. Una stava
uscendo dalla tasca del giubbotto. Fra le dita baluginava qualcosa. La lama di un coltello.
Giacomo guardò l’orologio. Le sette e un quarto.
Tre minuti dopo, disteso sul tavolo, un attimo prima di morire, Giacomo lo guardò di nuovo. Le sette e diciotto.



                                                                         Didattica
Forofrafie di: Gruppo Konforme (Progetto Kontatto)
Testo di: Dario Landi

Gli autori si presentano così:
 
GRUPPO KONFORME (Progetto Kontatto)
Giancarlo Barzagli
Ginevra Galluzzi
Serena Barbieri
Dario Balestri
I link di Gruppo Konforme (Progetto Kontatto): la pagina Facebook

DARIO LANDI
I link di Dario: LinkedIn - DarioLandi - Formepossibili

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